Atene come centro della cultura greca: il teatro greco

Acropoli di Atene

Il V secolo a.C. viene considerato come il periodo in cui si verificò un notevole sviluppo artistico e filosofico. Atene era considerata il centro della cultura greca e in questa città nacque l’arte classica, la quale rimase pura per poco tempo fino a costituire un ideale importante nel mondo greco. Nel V secolo i grandi artisti dell’epoca si recarono ad Atene che ben presto divenne il centro intellettuale per eccellenza. Nell’età classica un fenomeno peculiare di Atene ebbe la tragedia1 genere teatrale nato nell’Antica Grecia e che rappresentava una cerimonia tipicamente religiosa con una forte funzione sociale che il poeta esercitava nell’ambito della polis. La tragedia era una rappresentazione teatrale e creava un rapporto con il pubblico e con le sue attese. Questo rapporto si caratterizzava per il fatto di essere collettivo e presupponeva una esposizione diretta del testo scritto, attraverso il canale uditivo- visivo, anziché attraverso la lettura. Il teatro greco coinvolgeva l’intera città ed era elevatissimo il numero di partecipanti attivi come i costumisti, gli attori, i musicisti, gli istruttori, i sacerdoti e i macchinisti. La tragedia era anche un momento politico molto importante. Era di grande rilievo il fatto che l’organizzazione degli spettacoli era affidata allo Stato.
I greci pertanto ritenevano che ogni manifestazione artistica avesse una funzione educativa a tal punto che il teatro stabilì le sue radici nella costituzione politica di Atene nel V secolo a.C. che prende il nome di democrazia. Quindi il teatro raffigurava una perfetta metafora della democrazia. Come nel corso della rappresentazione si creava una stretta interdipendenza tra l’eroe e il coro, anche durante la vita quotidiana si creava un rapporto molto intenso tra l’individuo e la comunità nel suo complesso. Il teatro greco, durante il suo periodo di produttività, fu un fenomeno esclusivamente di Atene. Gli spettacoli si svolgevano nelle festività delle Grandi Dionisie che iniziavano in primavera e duravano sette giorni.

Il Principe Ideale secondo Leibniz

Wilhelm Gottfried Leibniz, Lipsia 1646 – Hannover 1716

Wilhelm Gottfried Leibniz, eccelso matematico e filosofo, nonchè una delle poche figure di genio universale per la sua proficua attività speculativa in quasi ogni ambito del sapere, tra la vastità degli ambiti toccati ha tratteggiato anche in diversi suoi scritti il ritratto del principe ideale. Se Machiavelli nel suo capolavoro riteneva che il sovrano dovesse essere capace indipendentemente dalla rettitudine morale, il filosofo di Lipsia assume una posizione del tutto antitetica e sicuramente più completa sotto ogni punto di vista. Infatti, Leibniz essenzialmente definisce il principe ideale “più che gli altri uomini, l’immagine di Dio sulla terra”,1 dunque deve essere una figura completa, superiore per capacità (alle cui sole non può limitarsi), per le virtù e per potenza, in ordine al perseguimento di ciò che è opportuno: il bene comune. Infatti, il nostro è esplicito nel porre una proporzione tra Dio e il governante, del quale quest’ultimo non deve esimersi dall’imitarne le virtù, le quali in Dio si danno in massimo grado, implicite nella sua infinita bontà. Così, come la gloria di Dio (il Governante della Repubblica degli Spiriti, per usare un’espressione della Monadologia), poichè fondata sulle sue infinitamente perfette qualità, risplende nelle sue opere per il bene degli uomini, analogamente il principe, che “come un suo luogotenente, deve essere in grado di esercitare le funzioni di questo incarico divino”,2 rilucendo nella virtù, non può che volere la gloria e l’onore per i suoi sudditi, e da questo esercizio della virtù trarne degno giovamento.3

Insegnamento e apprendimento

L’insegnamento:

“Il docente ottiene risultati migliori perché presenta compiti autentici, favorisce la costruzione cooperativa della conoscenza, alimenta pratiche riflessive ed è disponibile a negoziare gli obiettivi di apprendimento con gli studenti, prestando attenzione alle metodologie didattiche più adatte e innovative”.

L’apprendimento:

“L’apprendimento è un processo di interpretazione e di scoperta, nel quale il docente svolge il ruolo di guida.
La conoscenza è sempre “situata”, cioè è ancorata al contesto concreto e si svolge attraverso particolari forme di collaborazione sociale”.

La Torre di Chia – luogo di ispirazione di Pierpaolo Pasolini

La località di Chia è una piccola frazione di Soriano nel Cimino in provincia di Viterbo (Lazio) di origine medievale, come la maggior parte delle località della Tuscia. Chia è stata molto amata dallo scrittore Pierpaolo Pasolini, infatti è stato luogo di ispirazione letteraria e luogo cinematografico del film da lui stesso realizzato ” Il Vangelo secondo Matteo” (1964). Nel 1966 scrisse in riferimento al castello e alla torre di Chia: “il paesaggio più bello del mondo, dove Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri “. Nel 1970 Pierpaolo Pasolini acquistò la Torre, provvede al restauro e visse spesso negli ultimi anni di vita fintantoché negli ultimi tre anni della sua vita visse sempre più spesso a Chia, lavorando ad un romanzo intitolato “Petrolio”  pubblicato postumo. Il 19 marzo 2011 in occasione dell’ampliamento di piazza Garibaldi, il comune di Soriano nel Cimino ha posto un busto in ricordo di Pier Paolo Pasolini che amava questo piccolo angolo del territorio del paese. Il busto, realizzato dallo scultore Gianluca Bagliani, è stato scoperto da Walter Veltroni giunto per l’occasione, su invito dell’amministrazione comunale, nella nuova piazza di Chia

Fotografie:

La Torre di Chia con Pierpaolo Pasolini e la Torre di Chia adesso

Covid-19: narrazione storica dell’influenza Spagnola e collegamento con l’epidemia più devastante della storia dell’uomo: la peste nera.

Fotografia del giornale americano che riportava la notizia della diffusione della Spagnola.

Dal punto di vista storico, la Spagnola si riferisce ad un episodio complesso che durò circa un anno, tra il 1918 e il 1919, con delle ricadute verificatesi tra il 1920 e il 1921. In Spagna, si ammalò anche il Re Alfonso XIII. La seconda fase dell’influenza spagnola si diffuse in tutto il Mondo a partire dal mese di Agosto, con una conseguente trasformazione del virus. Tale influenza estremamente contagiosa, si diffuse in tutti i continenti. Le autorità ordinarono di far chiudere luoghi pubblici come teatri, cinema e negozi, oppure la sospensione degli eventi sportivi. Il Mondo occidentale era coinvolto in un passaggio che riguardava la studio dell’epidemia e si passò da una modalità dovuta per le malattie di tipo infettivo come la tubercolosi, la dissenteria o il morbillo fino a giungere a malattie degenerative come il cancro o il morbo di Alzheimer. In realtà, la Spagnola non aveva origine in Spagna, ma proveniva da una contea del Kansas in un contesto rurale. Il medico che aveva scoperto tale epidemia fu Loring Mainer il quale aveva notato dei sintomi. Tale virus prese il nome di Spagnola a causa della censura, per via delle azioni militari in atto e i primi giornali a parlare di tale virus furono proprio quelli spagnoli. Se si possono trovare delle analogie tra il Covid 19 e l’influenza della spagnola si può dire che rispetto all’epoca, attualmente si hanno antibiotici, gli antivirali e i vaccini che all’epoca non esistevano. La Virologa Ilaria Capua in un’intervista alla trasmissione Otto e Mezzo di Lilly Gruber dice questo: “Il Coronavirus, pone l’individuo a rispondere a delle domande etiche quali il rispetto della vita e delle persone, proteggere se stessi dal proteggere gli altri, l’esercizio di solidarietà e responsabilità collettiva” (tratto dall’intervista della virologa Ilaria Capua).

Le persone indossavano le mascherine (anno 1918).

Narrazioni. Il Metodo Freedom Writers

di
Prof. Giuseppe Cursio, Università Pontificia Salesiana – Roma
Docente invitato della facoltà di Scienze dell’Educazione

Orientamenti generali: Giocare a carte scoperte.

EraCovid 19

Un nuovo tempo, nuovi tempi vita a cui dare senso, nuove ricerche, nuovi blocchi, disorientamenti, interrogativi, nuovi modi di leggere il tempo dell’insegnare, il tempo dell’apprendere, un nuovo modo di concepire il tempo. Un passaggio da governare.
Un nuovo modo di guardare il fluire del nostro tempo interno, del tempo sociale. Il tempo stesso ci pone domande. Nel fluire del tempo diamo forma al nostro essere insegnanti attraverso tante esperienze, tanti incontri e tante letture. Noi siamo tante cose e siamo anche i libri che abbiamo letto. In questo tempo ho incontrato libri-persona che mi hanno fatto compagnia.
Oggi ho dentro di me una convinzione “nessuno insegna a nessuno”. Io posso insegnare qualcosa a me stesso e mentre cammino in questa ricerca, scopro parole, e queste parole possono essere di conforto a qualcuno dei tanti che come me cercano. Trovare parole confortanti che alleviano la fatica del nostro essere maestri.
Ho trovato conforto in questo brano di Seneca: “Bada poi che il fatto di leggere una massa di autori e libri di ogni genere non sia un po’ segno di incostanza e di volubilità. Devi insistere su certi scrittori e nutrirti di loro, se vuoi ricavarne un profitto spirituale duraturo. Chi è dappertutto, non è da nessuna parte.”

Le chiavi della “razón poética” di María Zambrano

Conversazione online con Mercedes Gómez Blesa
il 5 – 12 – 19 giugno 2020, 19:00-21:00

L’obiettivo di questo ciclo è quello di approfondire alcuni degli aspetti chiave del pensiero di María Zambrano al fine di svelare il suo impegno radicale nei confronti della ragione poetica.

Ci avvicineremo a una riflessione sulla parola poetica come un modo di conoscere che celebra la molteplicità del reale; la storia della pietà che ci mette di fronte alla dialettica sostenuta tra uomo e divinità nella tradizione occidentale; e infine entreremo nel mondo dei sogni e nella molteplicità del tempo.

La “palabra poética” come apertura al mondo (5 de junio)

Filosofia e poesia sono state confrontate molte volte nella nostra cultura, essendo due modi opposti di conoscere. Zambrano rivede tradizionalmente la disputa tra la parola poetica e il discorso razionale, nel tentativo di superarla attraverso la ragione poetica, un logos incarnato che è il prototipo della conoscenza spagnola.

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L’importanza della professionalità degli insegnanti

(in era Covid-19) Rapporto OCSE

Ci si attende dagli insegnanti che siano, più che mai, innovatori e dei game changers.

Sin dal primo giorno di pandemia, gli insegnanti hanno dovuto adattarsi ad un nuovo contesto e ad un nuovo ritmo, assumersi maggiori responsabilità nel garantire il benessere degli studenti e, per molti, anche imparare l’utilizzo di nuovi strumenti digitali.

La preparazione per i prossimi mesi e anni richiede un ripensamento degli elementi chiave della professionalità degli insegnanti: conoscenza, collaborazione e autonomia, nonché il prestigio della professione (OCSE, 2020d).

Riflettere su questi temi è anche fondamentale per garantire il benessere degli insegnanti nel lungo termine.

Rapporto OCSE completo:

http://www.oecd.org/education/

Il ritorno: “Il pensiero vivente di María Zambrano”

Conversazione online con Mercedes Gómez Blesa
il 21 maggio 2020 dalle 19 alle 21

L’obiettivo di questa conversazione è porre le seguenti domande:

  • Qual è la validità del lavoro della pensatrice malagueña oggi?
  • Quali aspetti della sua filosofia ci invitano a pensare nel momento presente?
  • Il pensiero di Zambrano è ancora vivo?

Risponderemo a queste e ad altre domande, riflettendo sui testi centrali del suo pensiero come Filosofia e Poesia, L’uomo e il Divino e, soprattutto, Claros del Bosque. Attraverso questi testi daremo le chiavi della filosofía práctica di questo autore che ha inteso la filosofia come uno stile di vita.
Dopo la presentazione, si aprirà un dibattito.

Conversazione online con Mercedes Gómez Blesa il 21 maggio 2020 dalle 19 alle 21

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Improvviso Educativo

Gli autori, Valentina Chioda, un’insegnante della scuola dell’infanzia, e Luigi Maniglia, attore, scrittore, musicista e formatore in ambito della mediazione dei conflitti interpersonali, attraverso la storia dello spaventapasseri Bu, ribaltano il consueto modo di fare scuola. Vengono delineate le caratteristiche dello spaventapasseri Bu e degli altri personaggi ma la storia è basata sull’improvvisazione e per questo la sua potenzialità espressiva è veramente notevole. Potrebbe essere anche la metafora di un modo nuovo, più spontaneo e sincero, di fare scuola attraverso la relazione interpersonale piuttosto che attraverso contenuti oggettivati. Gli autori, infatti, intendono promuovere il passaggio da un modello nozionista, incentrato sulle conoscenze, ad uno basato sulle relazioni interpersonali, in funzione dell’unicità della persona. Lo strumento utilizzato per raggiungere questo obiettivo è il teatro,

Molto importante è la capacità di mettersi nei panni degli altri: l’empatia.

Gli autori vogliono offrire un supporto ed un accompagnamento ai docenti che provano a far emergere l’unicità di ogni alunno. La metodologia usata è quella di proporre varie attività concrete da svolgere in aula: di ognuna se ne spiega chiaramente il percorso realizzativo e le finalità.